golden, a(nother) business trip

Martedì, 2 Dicembre 2008

Golden, Colorado.

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Ho arrangiato una cosa simile a questa, pero’ stavolta non ho dovuto prendere voli extra; il meeting (di lavoro) era alla Colorado School of Mines che si trova proprio a Golden. Nessun volo extra per due giornate piene di mountain biking — american style !.

La geografia della zona:
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Uno zoom sul primo tracciato, che porta in cima alla North Table Mountain; eccezionale perche’ vicinissimo alla citta’, in mezz’ora si e’ su questo singletrack che un americano definirebbe “sweet”:

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Sweet singletrack !

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In cima a North Table, guardando giu’ verso Golden.

E questo il secondo, il loop Dakota Ridge / Matthews Winter, che si raggiunge da Golden con una tranquilla pedalata di circa 30 minuti:

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Dakota Ridge.

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Autoscatto (riuscito bene).

Tutte le altre foto si trovano come sempre su flickr.


iPhone a Sauze d’Oulx

Mercoledì, 17 Settembre 2008

Questo finesettimana ho fatto una delle mie solite improvvisate; sveglia alle 8, tempo indecente, cosa faccio allora: vado in Piemonte a controllare se li’ invece il tempo e’ buono. Piemonte significa Sauze d’Oulx, che non ho idea di come si pronunci quindi a voce direi “Salice d’Ulzio” (traduzione ufficiale). Significa anche: September Fest, una sorta di manifestazione di mountain bike con impianti di risalita aperti durante tutto il weekend, stand espositivi di varie marche, eccetera eccetera.

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Ho fatto dei fanghi molto salutari; ho passato piu’ tempo a scivolare giu’ per le discese che altro. Ma lo scopo di questo post e’ semplicemente di raccontare quanto mi e’ stato utile il mio nuovo iPhone (courtesy of my brother).

  • durante il viaggio in auto, ascolto dei Kinks (Wish I Could Fly Like Superman, Low Budget,) e Woody Allen (The Moose, Oral Contraception) e qualche podcast (NPR’s Science, Berkeley Groks);
  • qualche foto, di quelle tipiche da macchinetta usa e getta che si sa, l’iPhone e’ un po’ scarso da questo punto di vista; ma il piu’ delle volte quando sei da qualche parte tutto infangato, impegnato solo a fare discese con la bici, portarsi dietro telefonino e macchina fotografica (anche la minuscola Ixus 60 che uso abitualmente) e’ un po’ troppo. In tal caso, trovo che la possibilita’ di fare ‘istantanee’ al volo col telefonino e’ sufficiente per placare l’animo; e non dimentichiamoci la possibilita’ di inviarle tramite email al volo, mentre sei sulla seggiovia ad esempio !
  • guardare un film la sera in albergo (Seasons e Virtuous; ovviamente di mountain bike);
  • leggere le news la mattina durante la colazione sul miglior sito ‘mobile’ in circolazione, quello del New York Times;
  • controllare la email, ovviamente.

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Fatemi sapere come utilizzate il vostro iPhone; usate il modulo qui sotto se volete raccontarmi una vostra giornata tipo in cui avete sfruttato intensamente il giocattolino. I migliori racconti saranno pubblicati su queste pagine (wow).

Solo Testo. Non sono concessi markup.


canalone ovest grignone

Sabato, 12 Aprile 2008

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Partiamo alle 6 da Milano, io e Luigi. Il programma e’ di fare un canale di neve e ghiaccio sul Grignone; il canale ovest, di cui abbiamo raccolto qualche informazione su internet e sopratutto un resoconto di prima mano dal mio collega Fabrizio. Le difficolta’ sono di massimo II grado su roccia, e pendenze fino a 50 gradi su neve (grado AD alpinistico). Le due picche e i ramponi sono d’obbligo quindi; Luigi ha il materiale da cascate (picche ricurve cazzute e forconi dritti sui ramponi), e presta a me la sua picca Grivel con becca aggressiva, che fara’ il paio con la mia Camp da alpinismo classico.

Si parte dal rifugio Cainallo, poco sotto il Vo’ di Moncodeno, dove arriviamo verso le 7.30; ci sono gia’ gruppetti di scialpinisti e alpinisti che si preparano per le loro salite. Percorriamo il classico sentiero che avevo gia’ fatto d’estate per raggiungere la vetta del Grignone lungo la cresta di Piancaformia; abbiamo compagnia per tutto questo tratto fino a che non svoltiamo sul lato ovest della cresta, seguendo le indicazioni per il rifugio Bietti. Oltrepassiamo il bellissimo arco di Prada e continuiamo il sentiero ormai in piano fino al Bietti. Sul sentiero troviamo piu’ neve che terra, e io mi accorgo di una fastidiosa mancanza di grip degli scarponi Lasportiva comprati ai saldi; reale mancanza di grip o poca dimestichezza con la neve da parte mia ?

Arrivati al Bietti proseguiamo oltre seguendo le indicazioni per la via del caminetto, su bellissimi pendii innevati; il panorama e’ splendido, reso ancora piu’ prezioso dalla solitudine in cui ci troviamo. Appena il pendio si fa piu’ sostenuto mi fermo subito per attaccare i ramponi; Luigi prosegue senza.

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Tra una nuvola e l’altra individuiamo subito il canale, grazie anche ad una foto scaricata da internet dove e’ tracciata la via. Si vede chiaramente l’insenatura disegnata da due speroni rocciosi, immediatamente a nord della vetta del Grignone, con un canalino di neve che si arrampica li’ in mezzo, e una chiara balconata che lo delimita superiormente.

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In realta’, da qui sotto, quello che si vede bene sono solo questi ultimi cento metri del canale, il resto invece e’ un po’ confuso; ci aiutiamo con la foto e cerchiamo di capire dove andare. Alla fine a me sembra abbastanza ovvia la linea da prendere; ci avviamo tranquilli verso questa prima bastionata rocciosa e dopo un primo pendio un po’ piu’ sostenuto anche Luigi si ferma per ramponarsi gli scarponi.

Qui ci separiamo; Luigi affronta direttamente un primo canalino di neve mentre io mi avventuro sulle roccette a sinistra, per fare un po’ di pratica di arrampicata con i ramponi. Respiro a fondo in un paio di tratti perche’ queste punte non mi danno molta confidenza, ma tutto sommato vado tranquillo. Sbuco alla fine del canalino che Luigi sta affrontando con le due picche, e mentre lo aspetto mi accorgo di qualche sasso che ogni tanto rotola giu’, liberato dalla neve che si sta sciogliendo. Inizio a pensare all’orario, e al sole che si sta spostando per illuminare questo versante Ovest che finora e’ sostanzialmente rimasto all’ombra. Non mi piace il sole in questo momento, vorrei che restasse lontano da noi; cosa che non faccio mai quando sono su roccia, prego che le nuvole ci tirino un po’ su la
coperta.

La via ci sembra abbastanza ovvia; iniziamo ad arrampicare con gusto su per il canale che ogni tanto s’impenna un po’ di piu’ e mi costringe ad usare le due picche col tipico movimento aggressivo da
piolet traction anziche’ in appoggio. Ogni tanto guardo giu’ e mi accorgo di quanto vuoto c’e’ sotto; sono consapevole della mancanza di qualsiasi sicura, ma inaspettatamente picche e ramponi mi danno una sensazione di sicurezza che accolgo felicemente; continuo a divertirmi insomma e prendo gusto nell’andar su; il sole adesso inizia a battere forte e la neve sembra sempre piu’ molle.

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Oltrepasso un altro punto dove la pendenza si fa importante (penso sia uno di quei punti che la relazione dava a 50 gradi); la neve e’ scappata via ed e’ quasi tutto ghiaccio qui; mi devo impegnare parecchio per superarlo, e intanto Luigi prosegue davanti. Dopo questo passaggio difficile allungo lo sguardo su e vedo Luigi bloccato in un punto, dove il canale si restringe ad un saltino di un metro e mezzo forse, contornato da roccette dall’aspetto non rassicurante. Si tratterebbe di un passaggio anche banale, perche’ basterebbe ancorarsi con le picche al di la’ del salto, portar su il piede e spingere su per scavalcare l’ostacolo; Luigi prova una prima volta a ficcare le picche sopra il muretto ma la neve non tiene per niente; non appena le carica un po’ scappano via.

La situazione a questo punto diventa molto delicata perche’ siamo ben consapevoli delle conseguenze di una banale scivolata su un terreno simile; sotto di noi non c’e’ niente che possa fermarci, un pendio simile ti farebbe schizzare giu’ nel precipizio, reso particolarmente evidente, dal nostro punto di vista, da quel tratto a 50 gradi che taglia completamente la visuale e ci mostra solo un bel po’ di vuoto e la
vallata sottostante. Luigi prova una seconda volta a portarsi su usando le picche ma scivola per una frazione di secondo e riesco ad equilibrarlo piantandogli la mano sotto il sedere; capiamo che il
risalto di ghiaccio e’ da lasciar perdere, e allora ci concentriamo sulle rocce. Ma sia a destra che a sinistra la situazione e’ davvero poco incoraggiante; qui la roccia perde pezzi solo ad appoggiarci la mano; sulla sinistra si vedono delle scaglie inclinate verso il basso che non mi fiderei proprio a metterci su i miei ramponi poco avvezzi al misto; a destra probabilmente potrei provare ad spingermi su ma devo sforzarmi di non pensare alle conseguenze di un tentativo andato male — perche’ il vuoto dietro di me si fa insistente e inizio a sentire quella sensazione di terrore che ti chiude lo stomaco.

Punti dove piantare chiodi o cordini non ce ne sono; la roccia e’ tutta marcia; la neve si fa visibilmente piu’ molle col passare del tempo. Propongo allora di disarrampicare giu’; anche se riuscissimo ad oltrepassare questo punto potremmo trovarci nuovamente nei guai piu’ su, specialmente considerando le degradanti condizioni della neve; ma e’ sopratutto il rischio di questo passaggio che non mi fa star sicuro e mi spinge a voler tornare indietro. Disarrampicare non e’ una cosa che viene naturale, ed e’ una cosa che mai avrei voluto fare; ma in simili condizioni la vedo come la scelta piu’ sicura. Luigi e’ molto indeciso ma alla fine si convince anche lui.

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E qui inizia una lunghissima discesa in cui mi costringo ad usare tutta la concentrazione di cui sono capace; ogni passo e ogni mossa la rifinisco e la correggo per non lasciare nulla al caso; non penso a niente, tranne che a piantare due, tre volte lo scarpone nel muro, fare un bel buco, caricare il peso e valutare se regge o no; ripetere con l’altro scarpone; spostare giu’ prima una picca e poi l’altra,
conficcarle per bene e caricarle preventivamente; e questo ripetuto ogni cinquanta centimetri di discesa. Non mi faccio distrarre dal passare del tempo ne’ dal pauroso vuoto che vedo sotto i miei piedi; penso solo a conficcare per bene i ramponi e le piccozze e fidarmi di loro. Anche Luigi lo vedo teso e concentrato, scendiamo oltre il tratto ripido e continuiamo sempre con estrema lentezza; mi fanno male i palmi delle mani sopratutto; dopo qualche tempo (minuti ? ore ?) mi accorgo di non essere piu’ concentrato sull’azione e allora mi forzo a pensare solo ed esclusivamente all’azione meccanica di mani e piedi. Mi rendo vagamente conto che il terreno e’ diventato piu’ facile; sento Luigi che accellera giu’ ma io continuo ad andare piano, esasperatamente piano (ma io non lo sento ‘esasperato’; so che mai come in questo momento devo continuare a usare il mio passo che mi ha permesso di arrivare fino a questo punto). C’e’ un ultimo tratto bastardo, nuovamente un tratto a 50 gradi con ghiaccio sottilissimo;
Luigi dal di sotto mi avvisa di dove attaccare questo punto per evitare di beccare la roccia; qui mi accorgo di usare tutta la concentrazione che mi ritrovo, e dopo averlo superato non riesco a
trattenere un urlo di sollievo.

Sembra quasi fatta; possiamo scendere faccia a valle, ma poi ci troviamo di fronte all’ultimo ostacolo; un risalto di roccia, quello che all’inizio Luigi aveva superato direttamente per attaccare subito
dopo il canale mentre io avevo aggirato sulla sinistra arrampicando sulle roccette. Questo risalto sara’ di 5-6 metri, anch’esso naturalmente friabilissimo e pericoloso. Arrampicare in discesa con i ramponi e’ troppo delicato e difficile per me; Luigi tira fuori i suoi chiodi e trova una fessura, molto instabile, dove pianta giu’ il chiodo.

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Allestisce una doppia e si prende l’incarico di provarla lui per primo; si allontana dal chiodo (che io fisso sperando e pregando che non scappi via) e poi sul ciglio del salto inizia a caricare lentissimamente la corda; il chiodo tiene, scende giu’ sano e salvo. Do’ un’ulteriore martellata sul chiodo adesso, che un po’ si e’ sfilato evidentemente, e gli faccio una foto; adesso tocca a me, e nonostante pesi quasi 15kg meno di Luigi non riesco a fidarmi e provo per dieci minuti a scendere disarrampicando. Ad un certo punto mi accorgo che non ce la faccio proprio a scendere con le mie capacita’ e mi affido alla corda. E’ un grosso, grossissimo passo che mi mozza il respiro; ma il chiodo continua a tenere, e arrivo anch’io giu’.

Sono forse le 19.30 quando arriviamo alla base del canale; mangiamo una mezza barretta a testa e iniziamo il lungo viaggio di ritorno. Sono ore di cammino al crepuscolo e poi nella notte piena lungo questo sentiero interminabile. Luigi e’ molto provato, anche per via del suo solito ginocchio.

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Arriviamo all’auto a mezzanotte e mezza. A Milano arrivamo alle tre del mattino.


percorso del ticchiano

Martedì, 4 Settembre 2007

Domenica 2 settembre, dopo tre weekend all’insegna della discesa (Pila, Folgaria e poi Livigno), abbiamo deciso con Giulia di fare un giro pedalato nell’Appennino Parmense; il percorso e’ uno dei quattro presenti nel parco dei Cento Laghi. In rete si trova solo una mappa in formato jpg a questo indirizzo (con relativi profili altimetrici):

http://www.astorrechiara.it/cento_laghi.htm

Da questa mappa abbiamo poi scelto il percorso del Ticchiano che pareva quello piu’ selvaggio; munito del mio fido Suunto Vector (lo cito qui perche’ a parte le informazioni altimetriche mi e’ servita molto la funzione di bussola) e di una cartina IGM della zona siamo partiti da Ballone, cioe’ l’apice settentrionale del tracciato. Di li’ la prima parte del percorso descritta sulla mappa si segue bene e senza troppe difficolta’; abbiamo deciso di iniziare il giro in direzione Bellasola, perche’ dal profilo altimetrico sembrava si guadagnasse quota piu’ lentamente.

Seguiamo la strada asfaltata fino a Montebello, passando per il bivio di Bellasola dove inizia la sterrata che si segue sempre verso sud; strappino iniziale, poi dislivelli poco marcati e addirittura “piacevoli” (nel senso che erano pedalabili, non che mi risulti davvero piacevole pedalare in salita !). Passiamo dentro un bel castagneto, e poi sbuchiamo in prossimita’ di Riana sulla strada provinciale 75; qui e’ d’obbligo fermarsi al bar/trattoria “La tana dei lupi” dove l’ospitalita’ di Claudio baffone e’ davvero squisita (cosi’ come i salumi e le torte).

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Tra l’altro questo e’ un punto di osservazione per la coppia di aquile che hanno nidificato proprio in questa zona del parco. Il guaio e’ che mangiando qui ci si prepara davvero male per la salita piu’ impegnativa, quella che porta dai 1000m di Riana fino ai 1550 del crinale; nonostante la panza piena anche in questo caso i tratti impedalabili erano relativamente pochi. Alla fine si scollina e si pedala per un po’ su una traccia larga e comodissima lungo il crinale, con panorami davvero incantevoli — si dice che in giornate chiare si veda giu’ fino alla Pietra di Bismantova !

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Fino a questo punto continuavamo a dire “fantastico, non ci siamo mai persi, davvero un’ottima segnaletica”; e puntualmente adesso arriva un po’ di confusione; in teoria il sentiero da seguire si mantiene un po’ piu’ a sud, correndo a mezzacosta, noi invece incantati dalla traccia del crinale l’abbiamo percorso tutto passando per il Puntone delle Ravine e Groppo Fosco. Rientrando poi nel bosco ci si trova presto ad un bivio che porta proseguendo dritto verso sud al Monte Navert (tratto in piedi assolutamente impedalabile) e parallelamente a questo, sulla sinistra, c’e’ un’altro percorso indicato dal cartello “Sentiero Natura” che pero’ suonava sbagliato pure lui (andava comunque su, e invece adesso era il momento di scendere di quota).

Una terza alternativa era un sentiero non segnalato, che — questo si’ — scendeva giu’; dopo qualche esitazione, lo scendiamo giu’ a cannone (con Giulia che fa gli straordinari con la sua front su un sentiero molto, molto sconnesso e impegnativo) e ci ritroviamo sul sentiero che avremmo dovuto raggiungere ben prima di fare la deviazione lungo il crinale; un sentiero che corre in direzione E-W immediatamente a sud del Rio del Freddo; ottimo, siamo di nuovo sul sentiero principale, e da qui in avanti e’ una lunga discesa, a tratti divertente e comunque degna della massima attenzione, fino ad arrivare a un cartello di un bivio: Casarola di li’, Pianadetto da la’. Iniziava a farsi tardi e per evitare di pedalare col buio saltiamo la parte del percorso che gira intorno a Pianadetto e vado verso Casarola.

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Qui ulteriori errori di navigazione (e meno male che c’avevo la bussola ! In alcuni punti pero’ i segni gialli del sentiero erano assenti, le tracce di sentiero si sprecavano e non si riusciva a leggere bene la carta) ci fanno sbucare sulla provinciale; un po’ disorientati decidiamo di continuare su asfalto fino al passo del Ticchiano; salita non molto pesante ma iniziavo ad essere stanco e sopratutto odio (1) l’asfalto (se fatto con la bici) e (2) le salite, figuratiamoci quindi una salita su asfalto !; alla fine arriviamo al passo, incitati anche da una simpatica coppia di signori e ritroviamo qui una freccia gialla che indica la direzione Ballone.

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Iniziamo quest’ultimo tratto un po’ svogliati; scendiamo di sella sempre piu’ spesso, ma a dire il vero anche qui i tratti di salita non sono mai impossibili, e sopratutto sono alternati a divertenti discesine su larghe sterrate pietrose; si passa per alcuni prati davvero belli (e c’era anche un plotone di boyscout accampati in uno di queste spianate erbose) e infine chiudiamo il giro ritornando alla chiesa di Ballone dove abbiamo l’auto.

I km totali sono stati poco piu’ di 37km, dislivello complessivo in salita di 1290m.

Come giro per fare un po’ di allenamento e’ certo divertente e piacevole; dal punto di vista della guida, be’ non c’e’ manco un pezzo di singletrack curvoso o qualche sentiero bello in piedi che ti metta un po’ alla prova, quindi deludente sotto questo profilo (magari il merito — o la colpa ?! — qui e’ solo della bici che mi azzera sassi, radici, sconnessioni varie).

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(la mia Trans in xc-mode: forcella abbassata a 115mm, sellino alzato alla luna).


speedweek 2007

Venerdì, 3 Agosto 2007

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Qualche giorno prima di partire, in uno scambio di email coi miei amici, avevo detto che questa sarebbe stata la mia ultima gara: troppe palle burocratiche, nessuno spazio per amatori con moto d’accatto…. bene, dopo poche ore dal mio rientro in Italia ero pronto a rimangiarmi tutto !

Ora mettetevi comodi che vi racconto: il viaggio di andata l’ho fatto con Luca Pierazzi (che partecipa al Desmochallenge con una Bimota DB4) e i suoi compari di Pisa; compagni di viaggio fantastici e amichevoli, ci siamo dati appuntamento mercoledi’ 18 sera in una stazione di servizio a Bologna (loro arrivavano da Pisa) mi hanno caricato la Multi sul furgone e siamo partiti verso l’Ungheria. Dopo una lunga e caldissima nottata di viaggio siamo arrivati verso le quattro di giovedi’ pomeriggio al Pannoniaring, quasi contemporaneamente al gruppo dei Multistradisti con cui condividevo il box.

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Giovedi’ 19 luglio

Nel tardo pomeriggio ci siamo tutti quindi industriati per accamparci e preparare le moto per le verifiche tecniche; cioe’, gli altri hanno semplicemente scaricato le moto e preparato le tabelle portanumero, io invece ho dovuto smontare targa, frecce, specchietti, cavalletto e coprire alla bell’e meglio il faro e i fianchi del sellino posteriore con della carta adesiva bianca a mo’ di portanumero. Vado alle verifiche e c’e’ il primo intoppo; mi sequestrano il casco (il mio Arai RX7 IV) perche’ non gli era scaduta l’omologazione (cioe’ c’era l’omologazione ECE 04 anziche’ 05). Pianto una storia coi commissari tecnici e con l’organizzatore dello Speedweek cioe’ Franco Bartoli perche’ il regolamento era ambiguo; c’era infatti scritto che il casco doveva essere omologato ma non per forza con la targhetta 05 ! La loro interpretazione era che l’omologazione scade dopo un certo numero di anni, quindi il mio casco era a tutti i fatti non piu’ omologato. Immagino che potevano anche aver ragione, ma ad averlo scritto chiaramente non ci sarebbero stati fraintendimenti e mi sarei portato il mio nuovo Xlite che invece riposava tranquillamente a casa. Interviene per fortuna il direttore di gara che ci tranquillizza (infatti alla fine non ero il solo ad avere un casco ‘vecchio’) e ci dice che per il giorno dopo avrebbe escogitato qualche rimedio.

Un po’ scocciato e deluso da questo ennesimo impiccio burocratico ritorno ai box e mi preparo ad aspettare Vittorio, che era partito qualche giorno prima da Bari col suo fido VF500FII e mi teneva al corrente nei giorni precedenti dei suoi ingarellamenti sulle strade di montagna con R1 e Ducatoni… mi immaginavo le facce di questi poveracci su mostri da 150cv che non riuscivano a tenere il passo di una motociclettina vecchia di vent’anni con gommine stile ciclomotore.
Verso le otto di sera mi manda un sms dicendomi che aveva ancora un’ora di strada; e infatti arriva in circuito dopo mezzanotte, dopo che io avevo abbandonato le speranze e mi ero spento sul letto della nostra zimmer sopra il ristorante del circuito, il ‘famoso’ Ciao Mario (mafioso ungherese che pratica prezzi da estorsione). Questa cameretta era qualcosa di sconcio, ma l’alternativa era dormire in tenda o all’interno del box cercando di respingere l’assalto degli scarrafoni; e con Vitt avevamo preferito la soluzione del letto ‘vero’.

Venerdi’ 20 luglio, parte 1

Il venerdi’ e’ giornata di prove libere, due turni da un’ora ciascuno; contrariamente all’anno scorso tutti i partecipanti dello speedweek avrebbero provato assieme, quindi 1098 e 999R scendevano in pista assieme ai due valvole e ai 4 cilindri. Potenzialmente un gran pasticcio, in realta’ alla fine (anche grazie al numero relativamente ridotto dei partecipanti) nessun problema. Si vede che ce ne sono pochi di amatori perche’ tutti corrono bene, e di cadute ne ho contate pochissime in questi giorni. Decido di fare questa prima giornata con un treno di Dunlop in mescola prese di seconda mano da Frank; Stefano (Amigu) mi da’ una mano a smontare i cerchi e le faccio cambiare al mattino presto dai tecnici Dunlop ma qualcosa di terribile accade…. [il resto del racconto dopo l'intermezzo!]

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Intermezzo: i compari del Multiforum Racing Team

Ok, piccola digressione per raccontarvi un po’ dei miei compagni di avventura senno’ poi non si capisce ci sono tutti questi nomi: Stefano (Amigu) corre con un 998S iperpompato, e raccontano che e’ uno dei piu’ veloci del gruppo, molto esperto e appassionato di pista — ma e’ alla sua prima gara; Frank invece e’ uno dei reduci dell’anno scorso, all’epoca corse con una Multi S e fece segnare un tempo stellare, 2′19″ e rotti, mentre tutti gli altri stavano ampiamente sopra i 2′20″ (Moris si qualifico’ con 2′22″, io con 2′26″, Luca 2′34″). Quest’anno si e’ iscritto al Desmochallenge, un monomarca Ducati, con una special su base supersport (motore 1000 due valvole, monobraccio, etc); stessa cosa ha fatto Moris che ha montato su una moto simile, quest’anno quindi sono due veri e propri piloti ‘ufficiali’, e hanno accumulato un’ottima esperienza partecipando alle varie gare del Challenge. Poi ci sono Matteo (Zanibo), superpilota che gia’ l’anno scorso girava in 2′12″ e il suo allegrissimo compare Ale, anche loro iscritti al Challenge rispettivamente con una special su base Monster 1000 e con Bimota Delirio di serie. I ‘giapponesi’ iscritti alla Open sono Miky con Bimota YB9 (motore Yamaha Thundercat meta’ anni 90 e ciclistica vecchiotta ma sopraffina, 95cv per 158kg di peso, bella bestiolina) e Andy di Manduria con CBR600RR. Infine Pierpaolo (Pirpa), unico iscritto alla mia categoria con una Supersport 900; Multistradista anche lui, ha iniziato da poco ad andare in pista e si e’ preso questa Supersport pronto pista con cui si avventura nello Speedweek.

Venerdi’ 20 luglio, parte 2

Ritorno al venerdi’, quando dopo aver montato le gomme da pista scendo assieme agli altri per il primo turno di prove libere. La questione casco e’ per fortuna risolta, mi fanno firmare una specie di liberatoria per lasciare a me la responsabilita’ di usare un casco che secondo loro non va bene; sono contento di questo, l’alternativa di usare un casco a prestito non mi attirava per niente; per andare in moto devi stare comodo, per fare una gara hai bisogno assolutamente del tuo materiale con cui sai di essere a posto, e il casco ovviamente e’ la cosa piu’ importante. La moto e’ molto piu’ guidabile dell’anno scorso e le sospensioni funzionano decentemente, anche se si muove parecchio e pompa un sacco nei tratti veloci. Peccato che vibra un sacco sul rettilineo, in velocita’; mi viene in mente che al mattino i tecnici della Dunlop che mi hanno montato le gomme non mi hanno fatto l’equilibratura. La sensazione e’ brutta ma sopportabile, non posso perdere l’ora di prove libere per farmi mettere a posto questa cosa.

Mi ricordo abbastanza bene la pista, e faccio parecchi giri per provare le sospensioni. Mi fermo ai box dove Vitt inizia a trasformarsi in un ottimo ingegnere da pista; mi chiede le sensazioni che mi da’ la moto, e io rispondo quasi sempre a casaccio. Mi da’ un paio di clik qui, un mezzo giro li’, e rientro in pista. Alla fine scopro con piacere che ho gia’ abbassato i tempi migliori dell’anno scorso girando sul passo costante di 2′23″, senza prendere nessun rischio. Fa caldissimo, e al secondo turno di mezzogiorno ci sono 41 gradi di temperatura esterna e una temperatura sull’asfalto di quasi 70 gradi. Inizio a macinare giri su giri, mi fermo ai box una volta per fare qualche altro piccolo cambiamento e poi riprendo a girare. Il caldo si fa sentire, la temperatura dell’olio motore sta fissa sopra i 140 gradi, e ad un certo punto la moto non frena piu’ ! Probabilmente il troppo caldo ha fatto perdere tono alle pastiglie che non sono proprio da pista; Vittorio mi consiglia di alternare dei giri veloci con altri piu’ lenti cosi’ da far raffreddare un po’ i freni. Ci provo, ma ogni tanto continuo a sentire che i freni non sono piu’ efficaci come prima; un po’ di apprensione prima delle staccate da alta velocita’, e spero in un calo delle temperature per il giorno della gara.

Verso la fine della seconda ora di prove mi accorgo che sono quasi solo in circuito; ne approfitto per fare un po’ di resistenza e quando alla fine mi danno la bandiera a scacchi mi fermo un secondo ai box per parlottare con Jeremy Burgess, pardon con Vittorio, che mi dice che sono riuscito di nuovo ad abbassare i tempi sul 2′22″ costante. Dopodiche’ schizzo via, mi levo la tuta di corsa e mi butto sotto l’acqua fredda della doccia che mi stava a prendere un colpo di calore.

Sabato 21 luglio

Per le prove cronometrate del sabato decido di non spendere troppi soldi e montare delle Metzeler in mescola di seconda mano, anche queste di Frank. Le Dunlop il giorno prima mi si flettevano troppo e la moto specie negli scollinamenti e nei curvoni veloci ondeggiava come una biscia; grip eccezionale ma poco stabili. Mi confermano infatti che e’ il tipico comportamento delle Dunlop e allora scelgo queste Metzeler che dovrebbero essere piu’ stabili (e piu’ simili come comportamento alle solite Pirelli che ho sempre usato). Sabato mattina smontiamo i cerchi con Vittorio e mi faccio montare le Metzeler; questa volta me le faccio anche equilibrare e poi controllo la pressione prima di scendere in pista.

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Ho due turni da 25 minuti che cerco di sfruttare bene; piccoli cambiamenti alle sospensioni che Vittorio si segna accuratamente, riesco a guidare meglio di ieri e forzo un po’ le traiettorie, specie quei tratti veloci dove si puo’ guadagnare del tempo prezioso. La moto si continua a muovere ma non tanto come al venerdi’, cerco di entrare sempre piu’ forte nell’ultimo curvone dove Vitt mi fa notare che esco senza sfruttare tutta la pista; mi danno parecchio fastidio le pedane che strisciano per terra ogni volta che aumento un po’ l’inclinazione, e ci sono parecchi punti dove sono li’ con la moto in piega, appoggiato su ginocchio e pedana, dove sono sicuro potrei aprire ancora di piu’ il gas se non avessi tutta questa ferraglia per terra.

Grazie ai suggerimenti di Frank provo anche a usare una marcia piu’ alta per quasi tutte le curve e scopro che come sempre in pista, la fluidita’ e’ tutto; il due valvole Ducati spinge comunque bene anche da 5-6mila giri quindi riesco ad affrontare quelle curve che prima facevo in terza tirata con una comoda quarta e cosi’ via. Sopratutto riesco ad essere costante e concentrato, non faccio quasi errori e mi dico che va bene cosi’: sono sicuro che i miei tempi non sono speciali ma il fatto di essere costante mi puo’ aiutare parecchio quando viene la gara, dove sono sicuro che ci sara’ qualcuno che si fara’ prendere la mano dalla mischia e fara’ errori.

Vittorio Burgess mi conferma che ho abbassato ulteriormente i tempi; mi qualifico con 2′21″004 e sono… ultimo sulla griglia di partenza ! Certo, il tempo per una Multistrada e’ discreto, il livello della competizione si e’ alzato, l’anno scorso sarei partito con lo stesso tempo in quarta fila e quindicesima posizione, tutte le scuse che vuoi ma partire ultimo e’ davvero umiliante ! Parlottando un po’ con gli altri sento discorsi del tipo “ma l’importante e’ partecipare”, o “l’importante e’ migliorare i propri tempi dell’anno scorso”, o “basta divertirsi che importa arrivare ultimi o penultimi” ma io non sono affatto d’accordo; se non volessi la competizione andrei a fare prove libere, e invece e’ dallo scorso Speedweek che non vado in pista perche’ le prove libere non mi danno niente; e so che ero battuto in partenza visto che non c’era manco un’altra moto targata come la mia, ciononostante partire ultimo resta umiliante, e arrivare ultimo non mi piacerebbe per niente ! Se faccio una gara all’anno e’ per battere altri piloti, arrivare prima di altri, per levarmi quella voglia di competizione che devo reprimere quando guido sulla strada che senno’ “ci si fa male”.

Controllando bene i tempi di qualifica comunque mi rincuoro un po’ perche’ vedo che i 4 davanti a me hanno tutti girato sul 2′20″; magari qualche sbaglio in partenza e riesco a piazzarmi qualcuno dietro di me, chissa’.

Domenica 22 luglio

Arriva la domenica, giorno di gara; al mattino ci sono le gare del Desmochallenge; Frank, Moris, Zanibo e Ale corrono tutti nella Protwins (open due valvole), purtroppo a Zanibo non gli parte il
motore del suo Monster mezzomanubrio e deve rinunciare alla gara; a Moris gli si e’ rotto qualcosa al motore durante le prove e partecipa con la Supersport di Pirpa. Ale gira piu’ lento degli altri e si scusa con la sua Bimota perche’ non e’ alla sua altezza; la gara comunque e’ bella, Frank rimane attaccato ad un tale davanti a lui per tutta la gara, gira su tempi stratosferici (2′11″ credo) come suo solito, mentre dietro Moris battaglia con Luca Pierazzi e alla fine nonostante il divario di potenza (Luca sulla sua Bimota DB4 ha un 1000DS portato a 1200cc) riesce a passarlo. Ale si tiene dietro per tutta la gara una ragazza su una vecchia Supersport 900 scarenata con manubrio largo e arriva penultimo ma felicissimo.

A mezzogiorno andiamo a mangiare, io mi concentro piu’ che in pista per non lasciarmi andare e mangio solo un po’ di riso in bianco e un’insalata mista a pomodori. La gara inizia alle tre del pomeriggio; per fortuna la temperatura si e’ abbassata sui 30 gradi anche se c’e’ molto vento, e i reduci della prima gara ci mettono in guardia: attenti al vento che sballa le traiettorie e i punti di frenata. Dopo il pranzo cerco di rilassarmi un po’ che mi sento le gambe pesanti, ma dopo venti minuti di riposo forzato su una sediolina mi rendo conto che non ho nessun bisogno di riposare ancora; e’ da ieri che non faccio praticamente niente ! non sono stanco, ma evidentemente e’ solo
un po’ di nervosismo che mi fa sentire legato. Mi infilo la tuta, mi stiro i muscoli, Vittorio mi sfila il cavalletto posteriore e siedo per due minuti sulla moto, sotto l’ombra, ripassandomi mentalmente la pista. Entro nella corsia dei box, sono il secondo a mettermi in fila per l’ingresso in pista; c’e’ una Paul Smart, e il pilota mi chiede dove parto; io gli dico di non preoccuparsi che parto ultimo. Dopo un po’ arriva Pirpa e Zanibo che e’ riuscito poi a risolvere il problema della sua moto ed e’ stato ammesso come ‘wildcard’ per questa gara; partira’ accanto a me, quindi non sono ultimo sulla griglia di partenza !

Giro di allineamento, poi ci sistemiamo sulla griglia e troviamo i nostri amici che ci tengono il posto; Vittorio mi raggiunge e mi tiene una maglietta bianca sulla testa; mi tolgo il casco e bevo un sorso d’acqua, poi me lo riinfilo e faccio un altro veloce ripasso mentale della pista (…sesta sul rettilineo, tolgo due marce e mi butto in quarta sulla veloce curva a destra, poi staccata e terza per il tornantino, quarta, alleggerisco e butto la moto giu’ a sinistra lasciando che le sospensioni assorbino il gradino che ti scompone l’assetto in piena piega, poi quarta di nuovo…).
Si parte per il giro di riscaldamento, tiro subito per riscaldare le gomme (come sempre sono senza termocoperte, ma la temperatura e’ cosi’ alta che non ce n’e’ bisogno secondo me) poi prima delle ultime due curve tutti rallentano; mi sento in forma, non sento piu’ le gambe pesanti, sono leggero sulla moto e pronto per partire. Non penso ad altro, non ho piu’ preoccupazioni, sono concentrato sul semaforo; non devo partire troppo veloce che senno’ mi danno 30 secondi di penalita’ come l’anno scorso quindi parto con un attimo di ritardo, ma comunque riesco a guadagnare terreno su molte delle moto che partivano nella fila davanti; devo poi chiudere il gas perche’ la Supersport davanti a me mi taglia quasi la strada, riapro e scopro di essere gia’ arrivato alla prima curva, affiancato ad altre 2 o 3 moto, su una traiettoria molto piu’ esterna del solito; mi butto dentro comunque e con la coda dell’occhio vedo un oggetto su due ruote che taglia tutta la pista e va fuori strada, tagliando il cordolo pochi metri davanti a me; non mi faccio distrarre, resto concentrato su quella striscia di asfalto dove vedo la mia traiettoria e arrivato alla seconda curva tiro la staccata e mi infilo davanti a qualche altra moto; questo primo giro e’ molto confuso e non ricordo con precisione quante moto ho sorpassato o quante altre mi hanno sorpassato.

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Nella seconda meta’ del primo giro pero’ il gruppo si e’ allungato e riconosco davanti a me Luca, il toscano su Bimota, lo stesso che mi ha dato un passaggio all’andata… adesso pero’ e’ solo un pilota che vedo piu’ lento di me e devo sbarazzarmene alla svelta. Non ricordo dove l’ho passato, ma lo supero alla svelta, credo prima della fine del primo giro e poi inizio a tirare come un forsennato senza mai guardarmi alle spalle. So che ci sono parecchie moto dietro di me, e so anche che guadagneranno spazio nel corso della gara; alla fine del secondo giro alzo lo sguardo mentre passo sul traguardo e mi accorgo che ho ancora parecchi giri alla fine; sono solo pero’, davanti a me i piu’ veloci mi hanno gia’ distanziato, continuo a concentrarmi, respiro a fondo mentre percorro il rettilineo e mi butto giu’ di nuovo nel curvone alla fine, tagliando preciso e veloce il cordolo. Faccio gli altri giri pensando di essere veloce ed efficace; in effetti non commetto molti errori, nessun cambio di marcia sbagliato e nessuna traiettoria balorda, ma sono forse poco veloce (e in effetti alla fine Vittorio mi dira’ che ho fatto questi primi giri sul 1′23″, 1′24″); provo a fare la seconda meta’ del curvone che immette sul rettilineo principale in quinta anziche’ in quarta, e in effetti mi pare di far scorrere di piu’ la moto.

Verso meta’ gara butto giu’ la moto in una veloce piega a sinistra con troppa energia e la moto inizia a pompare sulle sospensioni buttandomi inesorabilmente verso l’esterno; per fortuna la pista e’ ampia e c’e’ molto spazio per recuperare, ma qui perdo molto tempo ed e’ probabilmente l’unico grosso errore di guida che faccio. C’e’ un altro punto dove non riesco a chiudere la curva e sono un po’ lento, si tratta della stretta curva a sinistra dove si arriva dopo lo scollinamento e il taglio di curva a destra; vabbe’ insomma e’ un punto dove l’anno scorso subivo i sorpassi e dove non vorrei essere fregato pure questa volta. A tre giri dalla fine mi guardo dietro e vedo una Supersport rossa che si avvicina sempre di piu’; non mi faccio prendere dall’agitazione, continuo a girare abbastanza bene, ma alla fine il tipo mi prende e mi sorpassa; poco dietro di lui Marcus, il tedescone su Ducati SS750 mi supera pure lui; evidentemente si trattava dei due che erano usciti fuori alla partenza e che adesso stanno recuperando; riesco a tenergli il passo ma mai ad avvicinarmi troppo per tentare di risuperarli; dopo poco ci doppia Bartolini su NCR Millona One Shot e li’ vedo che i due davanti rallentano un po’ il ritmo. Forzo un po’ anch’io, passo il traguardo e vedo che si tratta dell’ultimo giro; lo faccio in apnea, non sbaglio nulla e taglio il traguardo senza aver guadagnato sui due davanti a me ma almeno senza aver subito un altro sorpasso; non so in che posizione sono ma sicuramente non sono ultimo; sono felicissimo come se avessi vinto, ripasso nella curva sotto la collinetta con gli spettatori e vedo li’ il gruppo di amici che esultano e alzo il braccio per ringraziarli.

Rientro nella corsia dei box, Vittorio mi fa i complimenti e mi dice che ho fatto gli ultimi giri sul passo dell’uno e venti (alla fine il crono ufficiale mi da’ come tempo migliore 1′19″ alto); mi becco i complimenti anche dal box di Mondoducati, e passando lungo la corsia dei box vedo che alcuni dei vari meccanici e piloti di questi piccoli team mi alzano il pollice e mi applaudono. Sono finalmente contento e rilassato, lascio la moto agli amici e mi godo finalmente e senza falsa modestia le parole di apprezzamento di Frank, Miky e gli altri per come ho guidato. Alla fine scopro di essere arrivato tredicesimo, dietro di me ben quattro moto; indubbiamente primo delle moto targate, primo della classifica dedicata alle Multistrada !

La fine dell’avventura

Il resto e’ la solita storia di smontare tutto, salutare gli amici, mettersi sul furgone per fare il lungo viaggio verso casa; e accorgersi di aver dimenticato la chiave di casa nell’altro furgone, quello che ha la moto e che arrivera’ a Milano non prima di qualche giorno… da qui la domanda: ma a Valentino ’ste cose non capitano mai ? Di dover spegnere la gloria di un weekend di gare nell’anonimato di un treno regionale che passa attraverso la devastazione della periferia metropolitana ?

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Un consiglio per tutti quanti; se mai farete gare, vi consiglio di assumere Vittorio come ingegnere di pista. E ne approfitto per ringraziarlo ancora una volta per l’enorme aiuto che mi ha dato.

Prima di partire dicevo “questa sara’ la mia ultima gara”; lo continuo a dire, ma aggiungo “con la Multistrada”. Sto pensando con insistenza ad una moto che possa usare sia per la strada sia per fare quella singola gara all’anno; aspettando che svendano le Hypermotard, il pensiero va alle Sportclassic… ma ne riparleremo.

Tutte (o quasi) le fotografie

I racconti degli altri, commenti vari, e link esterni


sud della francia in moto, giugno 2007

Giovedì, 5 Luglio 2007

Day 1 (venerdi’ 1 giugno)

Partiamo da Milano venerdi’ 1 maggio; doveva essere il solito appuntamento annuale con gli amici di Bari in qualche punto dell’Appennino ma alla fine eravamo rimasti solo io, Daniele (che aveva preso un volo da Londra apposta apposta per questo giro) e Vittorio. E dopo la buca che ci hanno dato Piero, Beppe & Giacomo, io e Daniele per non essere da meno diamo buca a Vittorio. Il motivo pero’ era semplice; per trovarci a meta’ strada tra Milano e la repubblica Ceca dovevamo incontrarci in Austria, e purtroppo le previsioni del tempo danno pioggia continua al di la’ delle Alpi.
Dunque partiamo venerdi’ mattina con tutta calma, come meta abbiamo qualche posto da trovare in Provenza; li’ le previsioni danno bel tempo per tutto il fine settimana. Ci dirigiamo verso Genova, perche’ ad attraversare il confine dalle parti del Monginevro, passando per Briancon, rischiamo di beccare acqua. Peccato, perche’ quella zona me l’ero gustata da spettatore, quando l’anno scorso ci sono stato col corso di alpinismo; e mi ricordo quanta gola mi faceva il suono delle moto che passavano giu’ mentre ero li’ attaccato sul verticale.

Riusciamo a perderci di vista gia’ sulla tangenziale ovest di Milano; dopo che ci ricongiungiamo Daniele dice esattamente quello che penso anch’io: oh ma si vede che non andiamo in moto da un sacco eh !… Il viaggio prosegue con ritmi blandissimi sul primo tratto di autostrada: yawn, aurgh, che noia mortale ! Arriviamo finalmente sulla costa e decidiamo di lasciare l’autostrada per farci la statale costiera, passando per Varazze, Spotorno, Finale; immagino che sia affollata ma non fa niente, preferisco i panorami e il mare al piattume dell’autostrada. Veniamo in qualche modo ripagati da qualche scorcio di paesaggio meritevole e qualche idea di curvetta. Daniele si sente impacciato, troppi mesi dietro il volante della sua tamarrissima Clio Cup (io sono contento perche’ cosi’ su queste prime curve posso fare lo sborone e lasciarlo dietro ! occasione da prendere al volo quando si e’ in viaggio con Daredevil Dan).

Dopo una breve sosta a Finale ci rimettiamo in autostrada per accelerare i tempi; lasciamo Ventimiglia e l’Italia, all’altezza di Menton decidiamo di fare una puntatina verso le montagne e ci dirigiamo verso Sospel (e qui mi viene in mente la Sospel VTT, gara di mountain bike – freeride; in effetti il posto sembra promettere bene sia agli occhi di un motostradista che a quelli di un mtbiker). Dopo qualche accenno di curvosita’ il tempo peggiora e decidiamo di ritornare sulla costa. Qui tra Nizza e Cannes veniamo bersagliati da una scarica di grandine (e meno male che avevamo deciso per il completo in goretex anziche’ la tuta in pelle), e dobbiamo fare pure continui zigzag tra questi imbranati di automobilisti; meno male che i francesi sono parecchio accorti alle moto e si spostano subito per farti passare. Arrivati a Grasse iniziamo finalmente ad entrare nel nostro elemento; ci spariamo tutta la Route Napoleon, la D6085 che ci portera’ fino a Castellane; e mentre attacchiamo la route rimaniamo davvero a bocca aperta e pieni di riconoscenza per chi ha disegnato questa strada; curvoni infiniti e mai bastardi, asfalto da pista, zero traffico, luce del tramonto alle nostre spalle che ci illumina radente l’asfalto. Davvero, forse non l’ho fatto capire bene, ma voglio spendere una parola di piu’ su queste curve; in pratica immaginatevi dei curvoni che durano tanto, cioe’ ci stai su con la moto in piega per decine di secondi; e l’asfalto e’ tanto buono, e le linee cosi’ pulite che sai non chiuderanno mai, e quindi ti senti libero di piegare sempre di piu’, e anche se entri troppo forte c’hai spazio per rallentare sempre rimanendo sulla tua corsia, e se entri troppo piano puoi aprire il gas e riprendere una velocita’ onorevole; e nel frattempo pieghi e pieghi, e hai tempo di riflettere mentre pieghi e di pensare “ma perche’ e’ cosi’ bello fare le curve con la moto ?”.

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Arriviamo a Castellane che siamo sfatti, ed e’ gia’ tutto buio; becchiamo il primo albergo che troviamo e siamo felici e contenti fino a quando decidiamo di andare a letto. Infatti, noi alle dieci e mezza siamo cotti e pronti per una sana dormita, e stiamo a tessere le lodi del tranquillo paesino sperduto nella campagna francese, quando ci accorgiamo di una marea di gente che esce da chissa’ dove e va a popolare una specie di luna park allestito sulla piazza principale, proprio di fronte -– indovinate un po’ -– alla nostra camera. Il bordello pauroso tira avanti fino alle due di notte; noi tiriamo avanti a dormire fino alle otto del giorno dopo.

Day 2 (sabato 2 giugno)

La giornata inizia male; la mia moto ha preso freddo durante la notte e non ne vuole sapere di partire; la spingiamo, la malediciamo, la smontiamo, fino a che, allo scontato ultimo tentativo, lei si mette in moto. Meno male, proseguiamo adesso che dobbiamo fare un po’ di roba seria.

Qui dovrebbe iniziare un resoconto dettagliato delle strade fatte, ma preferisco rimandarvi alla cartina che ho preparato.

itinerari - Francia Meridionale

Ne approfitto solo per qualche considerazione su alcuni punti notevoli: innanzitutto le famose gorge du Verdon non mi hanno per niente conquistato. Le strade sono abbastanza ignobili per essere affrontate allegramente, e speravo di vedere gente arrampicare ma non ho visto nessuno; credevo di potermi ricredere sul posto, ma resto della mia idea, e cioe’ che non proverei nessuna emozione nel parcheggiare sopra l’attacco della via, calarsi in corda doppia, e poi fare la scalata; insomma piu’ roba da FF che da VA. E a me piace leggere Alpinist, mica Pareti. Fine parentesi extramotociclistica.

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Passo invece ad un capolavoro di strada: il giro che passa attraverso il massiccio dell’Esterel (D6007, da Frejus a La Napoule), e chiuso dalla splendida strada costiera (ben piu’ affollata, ma che viste incredibili !) da Cap Roux a Cap du Dramont per ritornare infine a St Raphael e poi Frejus. La strada dell’Esterel attacca in una maniera plateale; si fa qualche chilometro per uscire da Frejus, poi ad un certo punto si vede la strada che curva secca in una specie di gola -– e da li’ inizia una sequenza infinita di curve, curvette, sempre su asfalto ottimo e in mezzo a questo panorama fatto di rosso e azzurro intenso e profumo di macchia mediterranea. Arrivati sulla strada costiera finalmente becchiamo qualche moto che tira allegramente, e ci accodiamo ad una strana coppia; una BMW R1150S, in due, che tira le curve come un dannato; e un suo amico su CBR 1000 che guida aggressivo ma pulito… salvo poi accorgerci che in realta’ l’amico e’ un’amica, e manco tanto giovane ! Che donna ! Che guida ! Che forza ! Sicuramente lesbica, aggiunge Daniele.

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Un po’ di pioggia sul finire della serata ci rinfresca e ci prepara per l’ultimo giorno.

Day 3 (domenica 3 giugno)

Il ritorno a casa e’ fatto da una riedizione del passaggio attraverso l’Esterel (con anche un pizzico di pepe dato da un supermotard che mi piomba alle spalle mentre vengo rallentato da un’auto, e poi rinuncia al mio invito a passare davanti, costringendomi quindi a tirare il collo alla mia Multi per evitare l’umiliazione), poi una veloce corsa fino a Ventimiglia, dove arriviamo alle due di pomeriggio in tempo per prendere un tavolo in una pizzeria qualsiasi e goderci la gara del Mugello. Alla fine, dopo una corsa abbastanza insipida e noiosa, siamo forse dispiaciuti di esserci fermati a guardare degli altri andare in moto anziche’ andarci noi stessi (lezione da tenere a mente !). Ci rifacciamo allora buttandoci subito verso l’interno all’altezza di Imperia, prendendo una strada che pare promettere bene: la sp28 in direzione colle di Nava. Durante il primo tratto troviamo qualche altro motociclista, quindi proseguiamo fiduciosi nella strada; e in effetti dopo un po’ la strada inizia ad innervosirsi, e poi ad incazzarsi per bene: asfalto un po’ sconnesso, corsie strette e zero spazio per errori, curve ciechissime -– mammamia come si vede che siamo in Italia ! Altro che quelle belle e pacifiche curve che c’erano in Francia ! Comunque un divertimento pure qui sopra; non c’e’ nessuno che ci resta dietro (anche qui…) poi proseguiamo un po’ a zonzo facendoci portare dagli scarichi di altre moto. Ad esempio mi piacerebbe attaccarmi a questo gruppetto di VFR guidato da intutati, che sono piantati tipo paracarro in curva e poi si sparano le marce sui rettilinei. Non fa per noi la missilata sul rettilineo, quindi li perdiamo di vista e vabbene cosi’.
Andiamo cosi’, godendoci le ultime curve, fino ad Aqui Terme, dove ci fermiamo per un caffe’ e scopriamo dove erano tutte le moto che ci saremmo aspettati di trovare sulle strade di montagna in questo bel pomeriggio di inizio estate. Erano tutte al bar ovviamente ! E i loro proprietari (un insulto alla categoria chiamarli “piloti”), con tute in pelle pulitissime, caschi luccicanti, avevano bisogno di vestirsi cosi’ per andare al bar ? E cosa ci fanno al bar poi… se uno e’ appassionato di moto, gli piace andare in moto, non stare al bar ! Che polemica sterile. Ognuno fa quello che vuole. Meglio forse cosi’, da non avere troppi ostacoli semoventi in mezzo alla strada.

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isight

Mercoledì, 13 Dicembre 2006

Playing with my iSight.
Have a look at this set on flickr for a few more (some funny ones, some angry ones):
http://www.flickr.com/photos/aadm/sets/72157594415951730/


eicma 2006: ducati 1098

Mercoledì, 22 Novembre 2006

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All’inizio era il verbo, e cioe’ la 916/996/998, una moto eterna che ancora oggi a 14 anni dalla presentazione resta bellissima, moderna e affascinante. Poi venne la 999, incompresa da molti ma ciononostante una gran bella sportiva, molto piu’ personale di tante altre; per il solito gusto del controcorrente la 999 col passare del tempo mi e’ piaciuta sempre di piu’, e prima di vedere dal vivo la 1098 parlavo con gli amici e dicevo abbastanza convinto: “adesso che arriva da concessionari la nuova, questo e’ il momento buono per portarsi a casa un 999 con due soldi !”.

Poi sono andato al salone di Milano, ho visto da vicino questa 1098 e l’impressione iniziale resta quella: non e’ innovativa come lo fu la 916 nel 1992, o oltraggiosa come e’ stata la 999. Ha i “soliti” due cannoni che escono dal codino, il “solito” monobraccio, un codino che pare quello di una MV, i faretti davanti che ricordano un po’ troppo una qualsiasi jap pero’… pero’ nonostante tutto, e’ davvero una moto meravigliosa !
Equilibrata ed elegante, dall’aspetto sottile e sportivo, nella solita tinta tuttarossa e’ qualcosa che appena la vedro’ per la strada mi fara’ inciampare nel marciapiede o fare un dritto (a seconda che la incontri camminando o mentre sono in sella).
Mentre le jap non si stanno ferme un secondo, non fai a tempo a comprartene una che l’anno dopo gia’ c’e’ qualche cambiamento (svolgere il tema: l’evoluzione degli scarichi in una sportiva giapponese moderna — si prenda ad esempio la GSX-R) la Ducati ti tira fuori una moto che sai gia’ sara’ eterna, perche’:

  • mentre Suzuki piazza due osceni scariconi di forma improbabile sulla GSX-R 1000, Ducati ti esce fuori con una reinterpretazione originale e pulita del solito doppio scarico sottosella, e ti accorgi che negli anni passati tutte le soluzioni simili di Honda, Kawasaki e Yamaha hanno sempre avuto un che di posticcio, che appesantivano la linea anziche’ snellirla;
  • mentre Yamaha piazza sulla nuova R1 delle inutili pinze a sei pistoncini di un colore nero poveraccio, Ducati tira fuori una fantastica pinza monoblocco Brembo, una specie di evoluzione suprema della specie (per non parlare di quanto siano simili alle soluzioni che si vedono in motogp e sbk);
  • mentre tutte le giapponesi continuano a scopiazzare i loro cruscotti sempre pero’ restando fedeli allo schema di base contagiri analogico-tachimetro lcd, Ducati mette un cruscottone racing tutto lcd che mi pare sia qualcosa di visto solo sulle motogp e in formula 1.

E questi sono solo tre esempi, e tutti relativi a un qualcosa che di solito io personalmente reputo secondario, e cioe’ l’aspetto estetico (non c’e bisogno di ricordare come la mia moto sia una Multistrada, oggettivamente difficile da digerire ma assolutamente eccellente dal punto di vista della guida). Ma in questo caso quello che affascina della 1098 e’ che la moto ha una estetica funzionale; non ci sono orpelli inutili come sulle nuove jap (chiedere per referenze a quegli ubriachi che hanno rovinato delle nude essenziali e piacevoli come Hornet e Z750) o, ammettiamolo, alcune spigolosita’ della 999. E’ una linea pulita, precisa e raffinata, come lo sono le moto da gara; in una parola, eterna.

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Quindi passiamo al lato dinamico; e qui almeno i numeri sono poco credibili.
Perche’, e qui e’ colpa di Ducati, per anni abbiamo creduto che i bicilindrici a parita’ di cilindrata siano svantaggiati rispetto ai quattro; che il blocco motore di un bicilindrico sara’ sempre molto pesante e difficile da snellire; che le vittorie in Superbike della Ducati siano sempre arrivate perche’ quelle moto, si sa, sono piu’ simili a prototipi che alle moto che puoi comprare da un concessionario.
E quindi tutti noi ci siamo sempre ‘accontentati’ (ed e’ stato un gran bello accontentarsi, devo dire) di moto non particolarmente veloci, ne’ particolarmente leggere, ma tanto gustose da guidare.

Per inciso: io stesso amo alla follia i vecchi due valvole (ho avuto un Monster 900 a carburatori e adesso mi godo ancora il 1000 dual spark della Multistrada), parchi di cavalli ma non di emozioni, tra i motori piu’ adatti all’uso sportivo stradale; e rimanendo in tema motore ‘vecchio’ di gusto sempreverde, una delle moto che recentemente mi ha fatto divertire da matti su delle contorte strade dell’appennino romagnolo e’ stata una vecchia 748 base di un amico, la vera riscoperta del piacere di guida dei mezzi manubri. Insomma tutto questo per dire che io, personalmente, di un motore Ducati da centocinquanta cavalli non ne ho mai sentito bisogno per divertirmi.

Tornando alla Diecinovantotto; bene, a quanto pare questa e’ una moto che si presenta con gli stessi numeri delle mille quattrocilindri, e cioe’ ti spara tra le sue specifiche tecniche dei numeri tipo 170 chili e 150 cavalli o qualcosa del genere. Mah. E io in genere sono abbastanza scettico sui numeri e pure sulle prove dei giornalisti, pero’ oggi mi sono letto un pezzo di Aliverti su Motociclismo commentando un test fatto a Monza con la 1098. E di solito e’ difficile trovare qualcosa di sincero in questi test-anteprima “in esclusiva”, ma da questo articolo traspare un’eccitazione e un divertimento simile a quello che potrei descrivere io, semplice appassionato con nessuna subordinazione psicologica per chi paga il mio datore di lavoro.

La sensazione e’ quindi che questa nuova Ducati sa davvero di rivoluzione; prestazioni paragonabili alle jap, linea da capogiro, prevedibile longevita’ del modello, e addirittura un prezzo che potrei definire ‘umano’ visto che non e’ cosi’ tanto sproporzionato come quelli che propongono alcuni costruttori italiani di nicchia (leggi MV), o come io stesso temevo visti i prezzi sconci che Ducati ha sempre fatto su moto come Monster, Sportclassic e Multistrada.

E quindi lo confesso: quanto mi piacerebbe mettere le mani su questi mezzi manubri !


panoramica monopoli – alberobello

Sabato, 4 Novembre 2006

Tanto per non perdere l’abitudine: la mia Multi e’ dal dottore adesso, il tempo sta peggiorando, sono mesi che non faccio due curve come si deve, lo Speedweek invernale in Sicilia e’ un progetto accantonato, e allora lasciatemi ricordare come si va in moto seguendo la sempreverde 748 di Bruno (ho scattato la foto con la D70s e un 20mm cercando di stare dietro quel matto di Piero sul sellino della sua vecchia Speed Triple).

Ecco il photoset completo su flickr: http://www.flickr.com/photos/aadm/sets/72157594250149369/


silvio in america del sud

Mercoledì, 20 Settembre 2006

Today a very good thing happened to me, but it was followed by a very bad thing.Anyway I won’t talk about good or bad things here because they’re personal.

For now all I want is to point the casual reader to a blog (travelogue, climbing diary, don’t know how’s gonna be shaped) which was just started by a very good friend of mine, somebody that sooner or later will appear as special guest star in a (true) tale that I will post here.

The friend is Silvio, and on the 19th of September he’s left a very good position in London (let’s not forget his beatiful flat) to start a 10-month climbing trip that will take him (if all goes well, and I certainly hope this will be the case) to summit 35 peaks in Southern America.

I’ll track his progress with the help of this blog and this flickr page.

Good luck Silvio, I shall see you in 10 months; I wonder what your eyes will look like at your return.

http://www.silvioinamericadelsud.blogspot.com
http://www.flickr.com/photos/silviosparano73/sets