In mezzo, ci ho ficcato un weekend a Boulder che ero curioso di visitare, visto che ne parlano tutti come della capitale dell’outdoor statunitense (Boulder: niente a che fare con Chamonix !).
Le previsioni meteo danno bel tempo per il sabato. Arrivo a Courmayeur alle 12, in netto ritardo sul mio piano originario che mi voleva pronto sulla bici alle nove del mattina. E, naturalmente, piove. Ma sono qui, due ore e mezza di auto, che faccio — mi tiro indietro ? Sicuro che prima o poi il sole esce inizio a pedalare.
Da la Palud, pochi km a nord di Courmayeur, scendo sulla strada fino a incrociare il ponte che oltrepassa la Dora Baltea e seguo le indicazioni per la Val Veny. Salita su asfalto lunga e faticosa; poca gente in giro, vedo solo un paio di ciclisti che aspettano riparati sotto una tettoia e ai quali urlo “dove andate ?”, e loro: “contavamo di andare su !”, “ok ci vediamo su allora !”, dico io, immaginando che il mio su sia uguale al loro su.
Pedalo fino su al col de Seigne; nonostante il grigiume sono contento quando imbocco la sterrata drittissima che porta fin sotto al rifugio Elisabetta; impegnativi i tornanti che ti fanno prendere quota di botto e ti fanno sbucare sul Vallone de la Lex Blanche; quando avevo fatto nel 2008 il giro del Monte Bianco a piedi, arrivando dalla Francia io e Giulia avevamo percorso l’itinerario alternativo che passa da dietro le Pyramides Calcaires, quindi mi ero perso questo pezzo vallone. Qui smette di piovere e faccio la prima sosta per mangiare (piadina alla mortadella #1).
La salita finale al colle è un misto tra spinta e qualche timido accenno a pedalare. Arrivo in cima, mi infilo le ginocchiere e faccio la discesa molto cauto; tutto il terreno era ormai zuppo di acqua e fangoso, ringrazio le sante Maxxis Minion Supertacky, che sono toste da pedalare ma che conservano grip sufficiente anche in queste condizioni limite. Le mani iniziano a congelarsi, la visibilità è scarsa quindi spesso controllo la traccia gps per non sbagliare direzione. Arrivo comunque in poco tempo alla serie di facili tornanti che portano al rifugio des Mottets; da qui tutta discesa fino a les Chapieux, dove infreddolito e bagnato trovo il refuge de la Nova aperto e sfodero il mio brillante francese.
francese per mountain-bikers che vogliono fare gli avventurieri
Il piano originale era di arrivare in serata fino su al rifugio della Croix du Bonhomme e sfruttare il locale invernale. Impossibile pero’ partendo alle 12 del mattino, con un tempo pessimo come quello incontrato. Quindi, considerando il bagaglio che avevo dietro (un paio di calzini di ricambio, una maglia di lana extra che avevo indosso fin dalla discesa dal col de Seigne) ho pure avuto culo a beccare questo rifugio aperto, perché tutti gli altri erano chiusi.
E quindi ecco il francese che due amici mi avevano insegnato il giorno prima in ufficio:
“Avez-vous une place pour ce-soire” (importante assicurarsi che il ciclista dorma)
“Il ya une place pour garder mon velo” (ma anche la bici è importante che stia al riparo).
cormet de roselend
Alle cinque del pomeriggio dunque ero con un posto per la notte assicurato; ma di voglia di bici ne avevo ancora, quindi continuo a pedalare e mi trovo, più per caso che per altro, sulla strada che porta al Cormet de Roselend, di cui avevo letto qualcosa nei giorni precedenti; una salita famosa del Tour de France, o qualcosa del genere.
Sono sei chilometri, con dei segnavia ogni km che mostravano la pendenza media; non vedo assolutamente niente del panorama, le nuvole cariche di pioggia sono basse e la luce si è incupita. Ma oramai ci sono, manca ancora poco; spingo sui rapporti più leggeri che trovo, e dopo un bel po’ di tempo arrivo in cima. Foto e pisciatina, poi dalla nebbia vedo sbucare fuori un tizio improbabile, con pantaloncini corti, guanti a mezze dita, una bici da turismo carica di bagagli; io sono contento, anche lui è contento.
Gli chiedo: da dove vieni ? E lui: da Londra. Gli chiedo: dove vai ? E lui: a Londra !. E poi fa una lista casuale di nazioni che visitato in questo mese e mezzo di viaggio: Slovenia, Bulgaria, Francia, Germania, Svizzera e altre ancora. Mi mostra con un pizzico di orgoglio il suo mezzo dunque, una Dawes con telaio in acciaio, parafanghi, freni a pattino che, dice, non funzionano granché sotto la pioggia e con tutto questo bagaglio su; la sella Brooks che finora avevo sempre snobbato perché le vedevo sulle bici a scatto fisso dei modaioli e lui mi parla invece con ammirazione di questa sella viva, che prende la forma del tuo sedere e il cui unico difetto è quando si bagna che si inzuppa tutta; come un sedere vero, penso io.
Il ragazzo naturalmente è inglese. E mi sorprende una volta di più quando mi chiede se gli posso fare una foto, e tira fuori una Yashica T4. Per chi non lo sapesse: una compatta a pellicola, con obiettivo Zeiss. Pellicola, capito ? Ce l’avevo anche io una T4. Improbabile davvero. Se non gli avessi fatto una foto, mi starei adesso a chiedere “ma me lo sono sognato questo qui ?”.
cena al rifugio
Con le mani completamente paralizzate dal freddo, volo giù a les Chapieux, al rifugio. Controllo finale sul gps: 45km e 1800m di dislivello. Al rifugio mi trovo a cena con due giapponesi, due danesi e un francese. Alle nostre spalle, una chiassosa tavolata di francesi, con mamme, papa’ e bambini. Tutti in giro allegramente per il Monte Bianco; dove sono gli italiani ? Sotto una tettoia a ripararsi dall’acqua ?
Comunque sia, la compagnia è stimolante e divertente; mi accorgo di come faccia fatica a ritrovarmi tra sconosciuti ormai, ma siamo tutti ugualmente autistici, noi che andiamo in montagna, quindi mi rilasso e mi gusto una brodaglia di verdure che mai avrei sognato di apprezzare così tanto.
“prima o poi il sole esce”
Domenica quindi mi sveglio con calma; prima o poi il sole esce, appunto !
Colazione con tè caldo, venti fette di pane e marmellata e cereali col latte. Tiro fuori la bici, e faccio quello che avrei voluto fare ieri: la salita al col du Bonhomme. Il sentiero parte proprio davanti al rifugio, ed è tutto uno spingere su, un calpestare merde di capre e seguire la traccia infinita rinfrancato dal sole alle spalle. Qualche tratto con la bici in spalla, il resto a spinta, di pedalare non se ne parla.
Arrivo infine in cima, e mi faccio la mia merenda (piadina alla mortadella #2). Poi scendo con qualche difficoltà per lo stesso sentiero di salita; molto più facile dell’altro sentiero che conoscevo, e che andava al col des Fours e poi giù a Ville de Glacier, ma non mi sento molto sicuro e naturalmente non posso assolutamente cadere. Scendo dalla bici più volte e non mi diverto molto. Ritorno al punto di partenza: les Chapieux. Mi tolgo la giacca a vento, le protezioni, e ricomincio a pedalare verso l’Italia. Pedala pedala, eccomi di nuovo al rifugio des Mottets da cui parte la salita a tornantoni per il col de Seigne. Scendo dalla bici che non ce la faccio più a pedalare, e spingo spingo. Dopo altre trenta ore di spinta arrivo al ventosissimo colle; stavolta rispetto a ieri c’è un panorama da favola, con le Pyramides Calcaires in primo piano.
bauscia torinesi
Ieri dunque: un inglese che sta in giro per l’Europa in bici da un mese e mezzo, i giapponesi affascinati dal Monte Bianco, i danesi che mi parlavano della loro ‘Sky Mountain’ di cento e passa metri di quota. Oggi: italiani. Picci e Pucci, due ragazzi torinesi, con degli inconfondibili rayban da struscio e pantaloncini corti per mettere in mostra il tatuaggio sul polpaccio. La prima cosa che mi chiedono (e che, francamente, me li squalifica all’istante) è: scusa ma sai dove siamo ?. Poi: no perché’ abbiamo fatto questa salita in due ore, siamo molto in forma capisci ?… noi ogni giorno corsa-palestra-bici, capito ? Ah, ma tu se in bici ? Eh mi piacerebbe, anche io faccio bici eh ? Spinning, due volte a settimana, ma duro eh ?, centosessanta-centosettanta ! (suona il cellulare, picci risponde) “Uè mamma ma diglielo a quella stronza che io la licenzio eh !”.
ultimi trecento metri
La discesa dal col de Seigne è facile e divertentissima; poi c’è il sole che ti rincuora, e finalmente mi ritorna il gusto; la bici galleggia sulle pietre, e un paio di curvette scavate nella terra sono da sogno.
Alla fine del vallone de la Lex Blanche ricordo di andare a prendere il sentiero che corre sul versante sud. E che spettacolo si apre sotto di te non appena ti affacci su questo sentiero ! L’intera Val Veny sotto di te, e l’incredibile accostamento di ghiacciai e guglie rocciose appuntite sulla sinistra. Il sentiero è facile ma delicato perché abbastanza esposto; arrivo giù felice e un po’ sollevato, come al termini delle scalate, che un po’, devi ammetterlo, sei contento perché l’hai scampata più che per la conquista ‘tecnica’ della salita (o della discesa, nel caso della bici).
Pedalo allegramente il falsopiano della vallata fino ad arrivare a quel bivio che temevo; a destra si sale su, continuando il vero e proprio sentiero TMB (Tour de Mont Blanc), andando dritto invece mi ritroverei in cinque minuti sull’asfalto e di lì in un lampo all’auto. Ma c’è ancora sole e tempo; controllo sulla carta, vedo che da qui si tratta di una breve salita fino all’Arp Vieille Superiore, forse solo trecento metri di dislivello, e poi un lungo sentiero in discesa fino al Col Checroui. Mi lascio tentare, e faccio quest’ultima fatica; senza mezzi termini, infinita ed estenuante. Finisce prima l’acqua della salita ma finalmente arrivo al culmine.
E inizia la discesa; e qui scopro il sentiero più bello di tutta la gita — un lunghissimo sentiero di montagna, a volte molto esposto, a volte scorrevole, di un impatto incredibile perché lo percorri sapendo di essere immerso in un puro distillato di mountain bike. Un paesaggio di alta montagna severo, illuminato dalla luce calda del sole calante, ci sei solo tu e se sbagli sei fregato; devi esercitare un controllo estremo delle tue emozioni e, di conseguenza, della bici; controlli la bici e controlli te stesso, e controlli te stesso e quindi la bici; per goderti questo pezzo devi entrare in sintonia completa con il mezzo, solo così puoi goderti la discesa controllando la velocità, approfittando di quei tratti dove il sentiero spiana e ti offre una certa sicurezza psicologica per mollare i freni e goderti quell’istante di vento furioso in faccia, prima di richiuderti e concentrati sul passaggio che corre tra il ciglio da una parte e la parte scassata del sentiero dall’altra.
Mi fermo un paio di volte e mi rigiro ad ammirare questa bellissima traccia disegnata sul costone della montagna; provo una sensazione di libertà inebriante, riparto e mi alzo a spingere sui pedali per vedere cosa c’è ancora dietro, e vedo la mia ombra in piedi sui pedali che attacca il sentiero e questo mi eccita ancora di più, come se avessi appena iniziato il giro e avessi forze da spendere.
Invece le energie sono finite, arrivo al rifugio Maison Vieille al col de Checroui dove prendo una Coca Cola e un suggerimento da parte del gestore, un energico toscano appassionato di motori e bici, di tagliare per un sentiero che porta al rifugio Monte Bianco, da cui poi scendere giù per la Val Veny e incontrare nuovamente quella strada asfaltata che due ore prima avevo lasciato per fare questi ultimi trecento metri verticali.
Questo sentiero si rivela essere il più tossico di tutti (in blu nella mappetta qui sopra), ed io sono troppo stanco per poter far altro se non lasciarmi trasportare giù dalla bici quando lei vuole, e spingerla a mano per superare le innumerevoli radici e gradoni, quando lei non vuole. Arrivo alle sette e mezza di sera all’auto; il gps è morto mezz’ora prima, ma approssimativamente oggi ho fatto circa 40km e 2500m di dislivello.
Mi sento pronto, nello spirito e nel fisico, per la Trans-Provence.
I have sketched a series of yoga poses that I follow as a daily exercise.
Page 3 of my yoga sketches.
I thought they might be of interest to someone else as well, so I’ve put them on this Flickr set.
Yoga sketches, detail #2.
Yoga sketches, detail #3.
Feel free to grab them, print them out but remember that they have been hand-drawn (*) on a few evenings between August and September 2010, so be nice to them and send me an email if you need them for other purposes apart from your personal use.
(*) Hand-drawn on a mac, using a Wacom Bamboo Pen tablet. I forgot how much fun I had drawing doodles; I guess the last time I did something like this was in high school.
Anzi, terza, o quarta. Diciamo meglio: seconda bici da vero offroad, senza contare la vecchia Merlin da trail (*).
Una seconda bici da affiancare alla mia Transition Covert insomma.
All’inizio avevo pensato ad un mezzo pesante da discesa pura, dopo aver provato la Mongoose Boot’r al Cimone bikepark; questa prova mi ha fatto vedere cosa ti permette una bici da DH, o meglio cosa ti perdona; velocissima, come me l’aspettavo, forse meno morbida nel copiare le asperita’ probabilmente perche’ la Boxxer Race che montava su e’ un pelo meno sofisticata della Fox Float 36 che ho sulla Covert. Ma sopratutto, sul ripido ti dava una confidenza estrema, che la Covert non da’; dimostrazione chiara dell’angolo di sterzo piu’ aperto.
Poi escono le prime foto della nuova Transition Blindside, montata con Fox 180mm; bellissima, solita linea pulita Transition-style, angoli quasi da DH, meno spregiudicata nel look con la forcellona singola piastra rispetto ad una doppia piastra che urla ‘boy-racer’ (e che non mi si addice proprio). Ok, mi informo, controllo i prezzi, e subito dopo la mazzata. Tre anni fa, quando presi la mia prima Transition, questa marca aveva un ottimo rapporto qualita’-prezzo condito da un pizzico di esoticita’ che mi garbava. Adesso, a causa del cambio dollaro-euro, nuovo regime di distribuzione, altri motivi che mi sono ignoti, per avere una Transition tutta montata devi pagare un prezzo tipo Santa Cruz. Quattromila euro per il mezzo completo o circa la meta’ per il telaio con ammortizzatore ? Se fosse il mio mezzo principale, probabilmente riuscirei a giustificarlo (trovo sempre facile convincere me stesso), ma questa sarebbe appunto la mia ‘seconda’ bici, meno pedalabile della Covert, quindi dall’utilizzo ridotto agli spot con risalita meccanizzata.
Ok allora, il mio pensiero ritorna al vecchio pallino del telaio front in acciaio; ho gia’ avuto per qualche tempo un DMR Trailstar comprato di terza mano, poi venduto per vari motivi (estetica indecente a causa degli abusi passati; poco pratico per giri anche poco pedalati perche’ singlespeed).
Ma c’era quest’altro telaio, il Charge Blender, di cui gli inglesi (che ne capiscono di queste cose) ne parlano benissimo (**); specifico per forcelle da 100mm.
Un tipo di forcella che mi ero nel frattempo procurato di seconda mano: Rockshox Recon. Avevo anche messo da parte un deragliatore Sram X.7 con relativo comando, degli onesti freni a disco (Avid Juicy 3), manubrio con relativo attacco, sella e cerchi; insomma basta il telaio ed una guarnitura e ho la mia seconda bici in acciaio. Ma questa Blender, pare che nessuno ce l’abbia in vendita.
Quindi mi guardo attorno e ritrovo una vecchia conoscenza: On-One, col loro nuovo telaio 456 Summer Season. Adatto a forcelle di 4″, 5″ o 6″ pollici; il che significa che adesso posso usarlo con la Recon da 100mm, e avrei un angolo di sterzo di 71 gradi; gironzolando per mercatini mi capitera’ prima o poi una bella Pike da 140mm, e allora avrei un mezzo ancora piu’ discesistico con un angolo di 68 gradi. Posso montare il mio cambio posteriore X.7 per usarla dovunque e pedalarla anche in alta montagna; e infine questo telaio, a parte avere dei colori fantastici (lyme, arancione, etc) costa solo duecento euro.
La bici preparata in tal modo diventerebbe un mezzo agile e leggero; forcella da 100mm limitante ? Dopo aver provato la settimana scorsa per bene la Merlin, riprendendola in mano dopo parecchio tempo, su un percorso da 1650m di dislivello, non banale dal punto di vista tecnico, mi sono accorto di quanto divertimento si riesca ad scavare fuori da un mezzo semplice come questo.
Infine, un breve scambio avuto con on-one via email riguardo il mio piano:
Q. What would be the effect on the bike’s geometry by fitting a Rockshox Recon 100mm ?
A. It will lower the bottom bracket about 25mm.
Q. What would the head angle become with this fork ?
A. Approximately back to 71 degrees. A Rockshox Pike would also be good for your build.
Q. My build plan: Recon 100mm, a single ring up front and a 9 cassette in the back driven by a Sram X.7 derailleur; short stem and a 660mm handlebar. My idea is to have a ‘hacker’ bike, maybe to compete in some enduro events when the Covert is overkill for the type of terrain, and generally have fun with it more on the way down. Would it be ok for such a use ?
A. You have created a 4x type bike here… if you have your forks set very hard then it will handle 100mm forks.
Note
(*) Trail: definizione adatta ad una bici leggera, con corona tripla, con cui fai preferenzialmente sentieri facili che se vai su quelli difficili rischi di farti male. In inglese viene chiamata cross-country una bici del genere, ma qui in Italia il termine assume un connotato particolare, estremo: cross-country (xc) sono le bici dai manubri stretti, iperleggere, tutte con pezzi di carbonio e rigorosamente cavalcate da individui secchi e fasciati di lycra. La mia Merlin Malt e’ quindi una bici da trail piu’ che da cross-country: ha i pedali flat e un manubrio largo, e la guido sbracato dove mi capita.
Merlin Malt 1, vecchia compagna di giochi, sulla Dorsale Lariana.
(**) Rileggendo per l’ennesima volta questa recensione di pinkbike, mi sono accorto che l’autore e’ James McKnight, che ho avuto il piacere di conoscere a Finale Ligure quest’anno; talentuoso e modesto, se sfogliate Dirt lo ritrovate spesso tra gli zingari che vagano per l’Europa a cercare l’onda perfetta — o come la vogliamo chiamare noi che andiamo in bici.
James McKnight alla guida del van di Finale Freeride
I am wondering about the next iPad. What is available now is certainly enticing and must be a joy for light computing / intense internet reading. I do have limited budget, however (need to spend some money on real stuff like that Blindside, for example) and think that probably the iPhone 4 is a better way to spend my money. But I look at the iPad and keep thinking that it could be a photographer’s ideal machine; if only it had a straight usb port to connect a camera (if I travel light, I certainly do care about bringing yet another little piece of plastic).
The other option could be that Apple is waiting for Canon and Nikon to put wi-fi or bluetooth connection to send the files wirelessly to the iPad. Well that certainly could help (I hate cables), but I don’t think Apple thinks in terms of being helped by others.
And that pretty much sums it up for the hardware. Which means that I don’t expect Apple to put a camera (*) on the iPad (too bulky, I will never use it for snapshots — there’s the iPhone for that); I am not waiting for a faster processor; the form factor and size looks perfect; a higher-resolution screen like the iPhone 4′s retina display could be nice though.
About the software now: this is the area where I am expecting great things from Adobe. A light-Lightroom, that’s what I’m waiting for. Or a quicker Aperture from Apple.
I’ve been thinking about the idea of editing photos directly on the iPad. You might argue that editing 12 Mpixel raw photos is not practical on a underpowered machine like the iPad. But here’s the point: I don’t want to edit the raws. I want to edit the associated jpegs (**). And then link all the editing parameters (remember that Lightroom is a non-destructive editing software) to the desktop version where you would actually store all the large raws.
So: a Lightroom-mobile with a nice user interface that allows me to catalog and edit photos; its internal database is made of the associated jpegs. Some tweaks to have only a certain amount of photos stored on the iPad itself, but still the entire database structure would be available on the iPad and a few taps would mark certain sets to be sync’d and their jpegs downloaded on the iPad when it’s connected to the main machine.
The lower resolution jpegs would be good enough for displaying directly on the iPad, even when it’s connected to an external projector. They are light enough that working on them would be a breeze even on the iPad. And the editing parameters would be transferred and applied to the large raws on your desktop computer.
I think this could really work. Is there anybody listening at Adobe ?
(*) Maybe a front-facing, lo-res camera, for Facetime and Skype video-calls, that could be nice.
(**) Medium quality jpegs that are saved together with the raws by any non-trivial, semi-advanced camera.
Ieri sono ritornato in pista dopo quasi un anno. Anche quest’anno Mugello; come iniziare meglio la stagione ? L’anno scorso uguale: prima volta che scendo in pista col 999, mi vado a infognare al Mugello. Pista facile e invitante per iniziare, col suo rettilineo infinito, i saliscendi e le curve cieche. I primi minuti sono abbastanza terrificanti se non hai un po’ di esperienza sulle spalle. Io ne avrei, ma un pizzico di nervosismo ce l’avevo.
Non era giornata di semplici prove libere, ma c’erano questi ‘pareggiamenti’ organizzati da Rossocorsa, vale a dire delle minigare a partenza lanciata organizzate tra 3 gruppi (veloci, esperti, amatori), in cui l’ordine di partenza rispecchia i tempi fatti segnare nelle sessioni del mattino e primo pomeriggio. In pratica, un’ottima idea per star immediatamente dietro a chi e’ marginalmente piu’ veloce di te, senza il rischio di incontrare della gente molto piu’ lenta che ti costringe a sorpassare.
Sono con Luca Pierazzi (DB4 tenuta assieme con fascette e finalmente, da quest’anno, un avantreno moderno) e Fabrizio Tinti (NCR Millona con motore 1200 ad aria che lo spara a 250kmh, cambio elettronico, leggerissima, insomma una belva da corsa!). E i due compari mi ficcano nel gruppo ‘esperti’. Faccio il primo turno e sono un pesce fuor d’acqua; sono tutti piu’ veloci, l’unico lento come me viene speronato e disarcionato da un missile jap all’ingresso della Bucine. Insomma, non un inizio facile.
Alla fine del primo turno dunque i commissari di gara mi mettono nel gruppo amatori (=fermoni). Io sono anche contento cosi’, e cerco di ambientarmi un po’ e riprendere confidenza con la moto. Pero’ mentre li’ (esperti) ero tra i piu’ lenti, qui invece trovo dei veri paracarri e non me la sento di fare sorpassi cattivi; riesco progressivamente a stare un po’ piu’ sereno e calmo nelle altre due sessioni e arrivo a vedere un 2’18″ sul mio crono (che bara un po’, e mi regala 0.5″/0.7″ ogni volta). Insomma, uno schifo che dovrei vergognarmi a scriverlo, considerando anche che Luca e Fabrizio girano agevolmente sui 2’12″ con dei motori due valvole ad aria.
Comunque l’idea era appunto di riabituarmi alla guida in pista, e in effetti riesco a divertirmi nella bellissima S in discesa della Casanova-Savelli, e in ingresso alle Arrabbiate dove finalmente prendo coraggio e mi butto in quarta piena senza frenare (ok, pelo un po’ il gas, diciamolo); bellissima anche il veloce flip-flop della Biondetti dove faccio il pelo al primo cordolo in piena accelerazione (grande sensazione di velocita’ !).
Arriva il rettilineo pero’ e la mia 999 e’ rapportata giusta per il Pannoniaring e qui invece e’ asmatica, e mi entra il limitatore in sesta prima dello scollinamento; tengo aperto il gas fino giu’ alla San Donato col motore che fa TA-TA-TA-TA-TA-TAATTT prima di iniziare la frenata: una pena !
Mi incuriosisce vedere le velocita’ massime raggiunte; io arrivo a malapena a 230, Luca col DB4 a 218, Fabrizio col 1200 bombardato 240-245, e tutte le altre jap, 1098/1198 fanno segnare velocita’ assurde, dai 260 a 270 !
Avevo raccontato agli amici della prova al banco fatta la settimana scorsa al mio 999: 141.9 cv, un valore incredibile per me, tanto che dicevo: “a che mi serve una 1098 ??? la mia moto ne ha fin troppi di cavalli !” — ma devo dire che ieri, li’ al Mugello, il mio mezzo mi sembrava davvero sottopotenziato.
Alla fine la garetta e’ stata divertente, mi sono tolto lo sfizio di partire in terza fila (ottavo su 54… 54 fermoni) e per tutte la gara sono stato li’ dietro a vedere i primi; sono stato fino a 3 giri dalla fine il primo dei ducatisti, poi un 1098 mi ha passato; qualche altro sorpasso l’ho fatto, di quelli da gentiluomo chiedendo ‘permesso, vado io ?’ e alla fine sono arrivato ottavo, come se la gara non l’avessi fatta. Aggiungo che ne ho approfittato bassamente nell’ultimo giro, quando ci hanno esposto bandiera blu per indicare ‘ultimo giro’ e molti secondo me sono entrati nel pallone e hanno rallentato a casaccio… e io allora ZAC mi sono infilato alla chetichella tra l’uno e l’altro fino a riguadagnare due-tre posizioni.
Programma per il futuro: primo, imparare una posizione come si deve in staccata che ogni volta che le provo a tirare me ne volo via. Poi, regolare le sospensioni come si deve per lo Speedweek (la forcella anteriore andava sempre a pacco; aumentare il precarico, mi suggerisce Desmolupo). Infine, aprire il gas.
Leggevo questo articolo: Going Where A Lot of Other Dudes With Really Great Equipment Have Gone Before, di John Tierney (New York Times, 26 luglio 1998), e trovo questo passaggio che da’ praticamente una giustificazione antropologica al desiderio che noi abbiamo di comprarci chiodi, martelli, piccozze, abbigliamento in tactel, etc etc:
It can’t be just a coincidence that the sex most interested in exploration is the sex most obsessed with acquiring gear. When Homo habilis fabricated stone tools 2.5 million years ago, his immediate impulse was probably to lead an expedition across the savanna looking for an excuse to use them — and then sell the gear to the rest of the clan.
E poi:
The grail for glory-seeking explorers has always been the excruciatingly bad trip — Ulysses would be unknown if he had taken the easy way home — but it is becoming more and more elusive. How can anyone go to Ellesmere today and compete with the old stories? Modern explorers are often dismissed as puny imitations of yesterday’s titans, but watching Schurke, I could see that their problem is just the opposite. They’re too good — too well equipped, too experienced, too skilled and fit. They’re like the best of the old explorers, the Norwegians like Sverdrup and Roald Amundsen (the winner of the race to the South Pole), whose books didn’t sell because the authors lacked the British and American flair for blundering into trouble and exaggerating their accomplishments.
Most of the famous old polar explorers could never keep up with Schurke and other modern professionals, like the skiers in recent years who have made astonishing trips across the Arctic Ocean and Antarctica man-hauling all their supplies. Robert Scott was an inept skier; Shackleton was a heavy smoker with a heart condition; Peary couldn’t ski and had a hard enough time walking. They often showed appalling ignorance in their equipment and plans, like Scott’s decision to use ponies instead of dogs. Shackleton actually tried to drive a car on a South Pole expedition. (It didn’t move an inch.)
Quindi essere dei montanari incapaci e’ un vantaggio dal punto di vista letterario.
I’ve been a great fan of 24 since its first season, years ago. I’ve thoroughly enjoyed the first season, and also the second and the third. However, the show has been moving towards full improbability with the latest seasons. I think I also watched season 4, and then I don’t remember anymore; maybe I’ve also seen season 5, but maybe I slept through some of the episodes — I honestly don’t recall. And then I didn’t even know they made yet another season (number six), and now I can’t be bothered finding out more about it even less watch it.
I suppose that’s very bad for a show that started out so well and got me gripped for all the 24 episodes of its first season; I do remember long nights watching six or seven episodes one after the other.
And then something broke. These twenty-four episodes began to seem like a drag: and I actually fell asleep while Jack tortured yet another terrorist. Compare to the Sopranos or Dexter; twelve episodes for seasons, characters that are interesting and evolve through all these seasons and when there’s nothing else to say then stop it for chrissake (the Sopranos rule here; Dexter goes on its 4th season now, I hope it won’t be disappointing).
Note: I wrote this in August 2009, when season 7 was just announced. I also wrote: “So here comes season 7; will there be a change in 24 ? Will it grip me once again ? I don’t know, but for now I really enjoyed the debate about the use of torture in the series”. And about this last point, there are two really good documentaries that are worth watching: HBO’s “Abu Ghraib” and Errol Morris’ “Standard Operating Procedure”.
They convey an intense idea of action with those blurred backgrounds and the rider not quite in focus above the panned trails; I also like the tight shots and the washed-out colour palette.
And speaking about the ‘look’ of these images, I couldn’t help but noticing what the rider was wearing: mean-looking full-face helmet and menacing dark goggles, a simple t-shirt, shorts and the diminuitive 661 knee-pads. And I remember similar photos of a british competitor to the Mega-avalanche (Dirt #79, September 2008): old shirt, shorts and a pair of mud-encrusted skate shoes.
In Italy we have a long standing tradition of road bikers and their closely related cross-country riders, which flock in the weekend invading roads and trails wearing tight lycra uniforms. Then we have the new breed, the wannabe downhillers/freeriders, which you would expect to bring some fresh air in the biking community. So you would expect a certain disdain for race jackets & sponsored shirts; yet what you mostly see is just another variation on the theme: shiny Dainese jerseys with matching shorts, trying hard replicate the look of professional downhillers even if they will never go into a competition. So I ask you: are they really so different from their crosscountry cousins?
That’s italian style for you, we are those guys who enjoy wearing uniforms; at work, at play; even if people from all over the world tend to adulate italians because they are so fashionable what we really do is to imitate and to conform.
I recently went to San Francisco and I was amazed at the number of fixed-gear bikes, and their riders — I admit, they were pretty cool with that fixie-casual look.
The other day I was riding in Milan and I saw a group of six people riding their new fixies, they were all different because everyone had a markedly different colour-match for their bikes and yet they were all shockingly similar: all of them with the stupid narrow handlebars, tight jeans, I also bet they had similar tattoo patterns under their shirts. They were trying so hard to be identified as the “other city-dwellers”, those who do not wear suits, Pradas or stillettos but at the end of the day they are just another boring part of the city landscape, all fundamentally similar to one another, all following another stupid fashion idea; monkeys pretending to be lions.
Still, at least they ride bycicles instead of driving gas-guzzling SUVs. And that’s a good thing.
Enough with the antisocial rants, next time I’ll post something about my current biking activity (training on a fixie and racing in my team’s uniform).